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Riflessioni e istanti di vita, su prosa.

testamento

Non è un racconto. Non è un pensiero. Non un flusso di coscienza nè uno sfogo di uno sterile sabato sera.
Vorrei fosse la biografia della mia malattia, vorrei fosse solo il suo epitaffio inciso su una tomba vecchia cent’anni, vorrei che fosse come una lettera d’addio prima del finale più nero, prima del fatale suicidio.
Ma non mi abbandona, non mi scansa la mano, anzi la avvinghia per tenerla più stretta nella morsa graffiante.
Sono le sue memorie, di cui io sono la protagonista, l’inevitabile vittima e carnefice.
È il testamento in cui tutto mi lascia, eccetto una parte di me, quella se l’è presa e me l’ha portata via.

Come questo vortice che tutto fagocita ha avuto inizio è difficile capirlo. Sono i tratti di un primo capitolo i cui confini sono labili e i contorni sfocati. Quel poco che so e che rammento tento di scriverlo, a fatica, perchè la malattia si mangia pure quello.
L’inizio è sempre lo stesso; delineo i tratti di uno strano serpente, che lentamente ha avvinghiato i miei ricordi più teneri, i dolori più sentiti e le carezze più colmate.
La fine è sempre la stessa; un punto che non è andato a capo, una frase che ancora prosegue irregolare sulla sua riga, una lettera che ancora domina il suo naturale tratto.
Descrivere è vano, narrare l’inenarrabile storia di un silente abbandono è difficile come afferrare una piuma durante la sua caduta. Tento, ritento e lo sforzo di mettere uno dopo l’altro e ricongiungere i pensieri è come l’indomabile pianto; peccato, che almeno quello riflette una reazione, mentre io, Chiara, vivo un discontinuo assopimento che ormai dura da anni.
Può sembrare facile individuare i dettagli, i particolari più imbrattati e malsani di un atteggiamento il cui tragitto è quello che da una stanza finisce sempre al gabinetto. Può sembrare altrettanto facile sfogare i sentimenti che provocano tale turbamento o le emozioni che tento di reprimere, se non che l’essenza più profonda ma evidente è che invece non si sente proprio niente, la nebbia cade fin dentro le acque, e nella testa, solo un leggero tintinnìo di gocce.
Chiudo gli occhi. Sento il mio stomaco sprofondare nelle terribili attese di un domani in cui il corpo non sembrerà che una carcassa, e in cui non ci sarà altro posto che quello delle ferventi convinzioni che da lì in avanti le intenzioni saranno diverse. Stringo le spalle, per fingermi più piccola anche al mio dolore, che lieto ma nero mi cinge, mi coccola, mi stringe tra morbide piume e gracili artigli.
Ogni istante di queste ore è una ferita inflitta sulla carne, uno sgarro segnato sulla schiena, che se potesse raccontare, parlerebbe di sanguinanti silenzi e graffi di pentimento.
Quante volte, inquinate da frasi come “basta, devo cambiare atteggiamento” e da altri gesti che hanno smentito tale fioretto con la sola forza della facilità e dell’incoscienza.
Credere e supporre che finirà, presumere che si crescerà abbandonando questo demone, è farneticare: la frenesia che un abbandono tale ti regala è troppo, è tale che l’assuefazione è solo l’antefatto.
È un rituale, fatti di schemi e progetti e che culmina nei dolori intestini. È un sogno notturno coronato di immagini e immense illusioni. È un distacco terreno, un ascensore per salire di piano, uno spontaneo ingranaggio per sentire il proprio corpo quando il mondo sembra stare in silenzio.
Il voltafaccia della terra è troppo, è tale l’incomprensione degli umani che il solo delirio possibile rimane quello di sentire uno stomaco sotto le presse di depressi pensieri, sospinto e contratto, che pulsa, che freme, che fischia, che sopporta e languisce, a terra, come un cane, che invano cerca di farsi sentire.
Non è la valvola di sfogo, è il braciere che persiste anche durante la tempesta, che rimane vivo a colmare dubbi e pentimenti, che vibrante sfinisce con il suo inesauribile calore.
Le sue illusioni sono come fari lontani dell’oceano; rimane attaccata perché quelle ti lascia, ti concede le briciole mentre si prende tutta te stessa. Le tue relazioni, le tue ansie e faccende più liete.
Tutto. Qualsiasi cosa. Ogni dove, pretende regina la sua fetta di torta e come spiando dal buco della serratura fa sua ogni cosa: nessun amore senza di lei, nessun dolore senza il timore che si presenti sfiorandoti la spalla, nessuna noia, sonnolenza o ricordo senza che lei pretenda imperiosa.
È un varco quello ti lascia, una cicatrice lasciata e fatta male, una assassina che ha mal ripulito il suo lavoro: lascia tracce, premedita la volta successiva e ti indaga e tormenta attraverso l’ossessione.
La pelle si dilata, le membra sembrano non avere più posto, l’arsura è terribile. Solo la testa rimane vuota, perché, come vuole lei, risucchia ogni tuoi pensiero debole, qualsiasi aspettativa o vana preghiera.
E il giorno dopo non sei più tu, se non a costo di fingere, sei dimezzata e fatta a pezzi.
Un’esperienza ciclica che per sua natura non cerca mai la fine. Anzi, è sempre solo per lei un lieto inizio e per te l’ennesimo conflitto. Il centesimo tormento. La valanga di parole che dalla bocca si trasferiscono nel cesso, che vigliacche vanno giù nelle fredde tubature, perché così immeritevoli sono, da poter far parte solo della fogna.
Quale delitto a me stessa, quale castigo mi sono inflitta da sola, e mi odio, mi odio, e la vergogna è palese dietro le poche ammissioni e le conseguenti inutili aspettative.
Chi mi ha chiesto perché, chi ha cercato di sentirmi premendomi la pancia, chi si è imposto con il rimprovero.
Sono come un vecchio tubo di scappamento, faccio fumo ma si dissolve in fretta.

estratto

Delicato fu il ricordo, il perseverante tentativo di penetrare la rosa delle tue cosce bianche; fui dolce nello sfiorarti ogni pelo che germogliava dalla imbarazzata epidermide, e il tuo gemere finto, il tuo godere distratto era protagonista delle mie attenzioni. Non c’era spazio per il mio piacere, per quell’avanzare sfrenato e carnale proprio solo del sesso, c’erano invece solo occhi per il tuo agitarti sformata, ansimare leggiadra e contorcerti impacciata per il verginale dolore.
Ti ammiravo mentre chiudevi gli occhi attentamente rilassati dalla vergogna, dal pudore che prepotente prendeva la forma del tuo nome, Giulia, Giulia Giulia che prezioso boccone, che alcolico sorso che sei!
Tanto più il tuo corpo era disarmato, tanto più la tua mente si avvolgeva di pensieri distanti, e amavo la tua attenta concentrazione, la tua statura fissa e molle nel letto quasi come un uccello moribondo.
Non mi permisi di sfiorarti con violenza, di pungerti con le unghie o assaggiarti con morsi feroci, non mi permisi di fare più di quello che l’amplesso esigeva. La tua fugace autonomia, di cui gli occhi e la bocca contratta erano lo specchio, era un divino spettacolo.

apologia di un uomo solo

Ho sempre conferito la strana tendenza dell’uomo a ordinare ciò che per sua natura è disordinato, e che forse dovrebbe rimanere tale, sintomo di una continua ricerca del senso dell’esistenza e, più in generale, del senso di se stessi.
Ho sempre creduto che gli attimi di lucidità di pochi uomini astuti non fossero altro che estrema presa di coscienza, e quindi consapevolezza o meglio sensazione quasi tattile del paradosso che caratterizza questa esistenza tutta terrena.
Il desiderio dell’uomo di sollevare per un attimo i piedi dalle valli del proprio senno, fanno sì che quando capita, in maniera troppo improvvisa per divenire pienamente consapevole, fa sprofondare il soggetto stesso in una amara inquietudine e direi solitudine.
Le categorie essenziali, pertanto, della solitudine, fedele compagna di vita per ogni essere vivente che degnamente possa definirsi tale, sono pari a dogmi indistricabili: ammetto la possibilità che non vi sia una morale, ma credo anche, più in generale, nell’impossibilità pratica di vivere e intrattenersi con la vita senza di essa; pertanto, la solitudine si riduce a una morale troppo stretta che mal volentieri viene accolta dallo spirito tormentato. Inoltre, mal volentieri lo spirito sa accogliere la morale altrui, i costumi e persino la sua comprensione. All’origine di questa fredda condizione vi è , dunque,un forte senso di dignità verso se stessi, e mi vien da dire, persino di alterità ed egoismo.
Ma non ammettere l’altro significa anche avere sfiducia in se stessi, diffidenza nelle proprie capacità relazionali. Per cui, alla fine l’uomo più solo è l’uomo che più dentro di se incarna il paradosso, perchè colmo di ritegno verso se stesso e allergico persino al normale confronto senza alcun fine ma al contempo condannato da se stesso a credere nell’impossibilità di intrattenere tale confronto alla pari. Alla base c’è un forse senso di lotta tra oppressi ed oppressori, e la latente ansia di essere fra i secondi.
La solitudine, che tiene nera compagnia, morde e impedisce lo svezzamento alle aperture sociali, ai confronti diretti, alle facili compagnie. Tende ad anestetizzare il disorientamento, facile esito di una rimozione forzata del confronto e dunque dell’altro, vitale per noi esseri umani da sempre giudicati animali sociali. Perciò, se paradossalmente ci distacchiamo dal branco, noi che in questo siamo come i lupi o le formiche, nelle fattezze di un altro animale forziamo inevitabilmente e annulliamo l’istinto, perchè inseriti in una condizione naturale che di fatto non ci appartiene.
Ma, a differenza degli animali, i quali, essendo esclusivamente mossi dall’istinto e dall’interesse, non sono dotati di pregiudizi ne formulano pareri, noi esseri umani abbiamo consapevolezza dello spazio e del tempo, delle persone circostanti e anche delle possibili distorsioni della realtà. Per spiegare, intendo che essendo animali legati e relegati all’abitudine, alla routine come pane quotidiano, in senso fortemente consolatorio e “calmante” tra le pareti di una realtà sempre più caotica, la stonatura turba e incattivisce: in un qualsiasi ambiente, l’individuo che si trova più o meno a suo agio, o per meglio dire mantiene il proprio ruolo di normale uomo senza trascendervi o tradirne le fattezze, nel notare un altro individuo non allo stesso modo a suo agio con il mondo esterno, ciò procurerà al primo individuo turbamento e irritazione. All’interno del suo “Spazio vitale” l’uomo solo apparirà come una sfocatura, un terribile delitto alla sua temporanea condizione.
S’innesca dunque il pregiudizio come atto di difesa oltre che di gratuita accusa, nel tentativo, nei fatti pratici vano, di elevarsi e sublimare il sasso nella scarpa incarnato dall’uomo solo.
Dopotutto i sensi sono tali perche vi è sempre un secondo termine di paragone, un confronto inevitabile per la specie. Non vedo se non ho un oggetto da guardare, non tocco se non ho qualcosa da toccare, non odo se non c’è alcun suono e così via… ; tuttavia, da molti degli impulsi dei sensi che sorge il pensiero, per lo meno quello più istintuale e reattivo. Ebbene, il pensiero non necessita direttamente e sempre di un confronto esterno, ma sussiste anche di per se, e nel confronto con il soggetto stesso. E in questa fase si tende a definirlo Coscienza, quella voce interiore che simula un confronto ,pero solo interiore, e che probabilmente costringe l’uomo ad avvertire il dolore innescato da una condizione di solitudine, che invece gli altri animali non possono concepire.
Prendere coscienza di se stessi, del proprio sesto senso interiore che sopravvive anche da se, perche noi stessi siamo verso di lui impulso, stimolo e anche reazione, fa sì e produce quel malessere tipico sintomo di chi soffre o gode di solitudine.
Se tentassimo di descrivere anatomicamente o plasticamente il processo della solitudine, potremmo provare ad immaginare un distaccamento della coscienza dal soggetto in cui è custodita, forzato da quest’ultimo che rifiuta ma dipende intanto dalla propria voce. È un rapporto ambivalente e schizofrenico, che incarna con precisione un tema celebre come quello del doppio. La solitudine si applica come dialogo con e senza se stessi. Vitale ma mortale processo di capovolgimento dei ruoli: la coscienza è demiurgo e carnefice di un soggetto assoggettato o cavallo le cui ali sono state spezzate.
Il solitario, pertanto, come detto, vive la condizione del paradosso e per tale ragione risulta agli altri avverso: l’uomo tende naturalmente a muoversi secondo percorsi più o meno logici, in cui a ogni azione equivalgono o vi sono delle reazioni inevitabili, e da tale principio è escluso il paradosso o qualunque concetto che praticamente si concretizza in qualcosa di illogico o difficilmente razionalizzabile; e l’uomo solo è “irrazionalizzabile” e illogico, giacchè vive in una ovvia condizione di dipendenza e rifiuto di se stesso, palesata nella realtà quotidiana con la celebre condizione dell’asociale o emarginato; la domanda sorge spontanea: perchè una condizione come quella dell’uomo solo, così paradossale da essere incomprensibile e dunque avversa, è però compresa da tutti quei stessi individui che verso di lui hanno però provato risentimento e rifiuto? Perchè ciò che consideriamo un comportamento illogico fuori da noi e quindi una possibile minaccia in fondo la comprendiamo o quanto meno la avvertiamo quasi sotto pelle come qualcosa di familiare? Praticamente, intendo che se in un luogo pubblico, vediamo il classico e celebre caso di emarginato, dopo il disappunto iniziale, ogni individuo sente nei suoi confronto una primordiale comprensione e compassione, talvolta persino con una vivida sensazione di familiarità a fratellanza; perchè questo? Genericamente, potrei argomentare che nonostante fin dalla fase embrionale noi esseri viventi siamo ed esistiamo in relazione ad un altro individuo, che ci nutre e protegge, alleva ed educa, risultando egli stesso il nostro bene di prima necessità, nel momento in cui cominciamo ad entrare in relazione con il nostro in primo luogo corpo, successivamente Io, poi coscienza ed ego, l’impatto appare più impetuoso: l’autoapprendimento è da una parte talmente oscuro e indecifrabile, ma dall’altra talmente necessario e quanto mai insufficiente, che prenderne coscienza e attuarlo risulta una delle sfide più dolorose dell’umanità; tuttavia, l’appagamento che genera il conoscersi a piccole dosi è tante volte maggiore rispetto alla relazione con un altro qualsiasi individuo. O meglio, è lecito affermare che sana e vitale è la relazione che sorge in seguito ad un processo di autoconoscenza da entrambe le parti e che pertanto ha più possibilità di fiorire e continuamente rigenerarsi, tuttavia mai verranno superate le barriere dei corpi, i confini mentali o le pareti dei sensi, e dunque perseguire un’ esistenza basata su relazioni e necessità esteriori, inevitabilmente porterà a sconforto e incomprensione; è qui che probabilmente nasce l’unico compromesso a cui l’uomo deve sottostare: accettare il limite che l’umano punto di vista implica e costringe, e amare,curare,difendere,parlare,confrontarsi con l’altro conoscendo tale impedimento. Quando è presente squilibrio tra la propria personale impostazione e quella altrui, al punto che i pezzi del puzzle non hanno mai possibilità di combaciare e comporsi, allora traspare un caso di istantanea solitudine, che se perpetua o stabile anche con altri individui allora è innata. La solitudine pertanto, non è una condizione cronica, a meno che non derivi da instabilità emotive o ragioni specifiche, ma un modo d’essere, uno stato delle cose e dell’Io che circola nel sangue e che non può essere ignorata o gettata come sigaretta. Anzi, è la solitudine a spirarci e spegnerci come mozziconi, al punto che della nostra presenza resta solo morbida cenere o un inconsistente serpente di fumo.

mela matura

Serve solo un momento, quando mi confronto con il mio pensiero per avvertire le lacrime che scalpitano, che si accumulano ingorde e pronte a raffreddarsi sulla pareti del mio viso.

Credevo e sapevo che sarebbe stato difficile, ma avrei preferito piangere e dimenarmi, piuttosto che sentire il brulicare di un dolore silenzioso, che viscido striscia e si rannicchia ai lati di ogni mio sorriso, nelle fessure di ogni mia distrazione.

Ho tanto ricordato il fervente desiderio di amare, di sentirmi amata, e la mia ingenuità e fanciulezza nel bramare una cosa tanto naturale. Tanto naturale che appena l’amore sfiora, appena comincia a prendere forma, sembra trascorso tanto tempo, e si vive l’amore da grandi, come fosse un vecchio sassolino. Insomma entra subito nelle nostre vesti e a suo agio si sente al punto da divenire subito frutto maturo, subito di quel dolce rosso imbarazzato.

Eravamo mela matura.

E ora l’avidità della mia carne, della mia pelle abituata alla tua temperatura d’ovatta, che come scrigno mi proteggeva, avverte solo la carta ruvida del freddo, la brezza salmastra di un cuore infranto.

È una titanica lotta, tra il mio corpo che saldamente appare reggersi in piedi, e il mio animo invece ripiegato dalla solitudine, dall’abbandono di una abitudine che calde teneva le membra,e che senza di lei, la direzione hanno perso. Obnubilamento del cuore, delle punta delle dita che non sanno dove più dove toccare, dove stringere altra carne amica.

Una metà del mio corpo dilaniato sta fermo, come se fosse sprofondato in un lento letargo nell’attesa di un fresco ritorno, di un nuovo sguardo dell’antico spasimante. Una metà del mio corpo, come l’uomo che non smette mai di bere latte, ora non potrà mai smettere di bramare il suo riflesso, di cercare, anche invano, la figura che più combacia.

Tutti i baci che scorderò di te.

E quel vortice di pensieri, pronto a scaricarsi su di te, su di te non potrà più, e andando in cerca di tele su cui dipingere e distrarsi, troverà solo pagine di giornale. E allora le pagine su cui scrivo saranno valvola di sfogo, come valvola o ingranaggio rotto ora è il mio organo vitale.

Vitali erano i tuoi respiri.

Per un attimo provai un amore tale che solo per me conoscevo, e credetti che se di meno avessi amato, che se più me stessa avessi considerato, avrei tradito. Ci sono stati istanti in cui non avevo altra ragione, alcuna, nessuna, se non noi, e la brama ardente di annullare il confine dei nostri corpi percepivo, al punto che provare gioia o dolore, era indistinguibile, al punto che, vivere o morire, era uguale.

Basta che eravamo in due.

E mai più la mia mente proverà il sapore caldo della tua quotidianità, l’odore delle tue piccole cose, mai più saprà il tuo stato d’animo o la condizione della tua pelle.

Dimenticheremo i nostri odori.

Un anno fa piangevo all’idea che questo momento sarebbe arrivato, e ora piango all’idea che un anno fa pensavo già a questo momento.

La spensieratezza, quella che solo i bambini possono provare, l’ho vissuta anche nel dolore, nelle frazioni di secondo in cui le nostre risa s’incrociavano. E ringrazio il mio cuore di saper amare.

Di aver saputo amare.

Le ali della nostra farfalla si sono spezzate, e con lei anche la polvere sottile del nostro amore è volata via, e anche se il mio sangue le mie ossa la mia carne, la mia pelle non sanno ancora crederci,

prima o poi anche il segreto ,che ora custodiamo, di come ci siamo amati, verrà dimenticato, e con lui anche il mio modo d’essere con te.

A mai più Chiara, una parte di te è serena di essere sepolta in mezzo alle vibrazione del mio agitato diaframma, è lieto di evaporare con le lacrime.

Ora, mi basta immaginare che forse ,ovunque, anche tu stia piangendo, e che quindi , forse, ancora per una volta, siamo stati in due.

limbo

Limbo parte 1
Non posso credere che dopo tutto siamo mera sessualitá. Inutile corpo. Costretti in valli di pregiudizi, malefica estetica e sotterrate opinioni comuni. Siamo una comunitá ai limiti dell’autolesionismo, e sconfiniano in una cattiva pubblicitá di noi stessi. L’intento pare sempre lo stesso: Screditarci, ridurre all’osso anche i residui di una polverosa autostima, elevando al contrario un ideale di perfezione,un canone, che di giorno in giorno assume fattezze diverse, esprimendo un malvagio riferimento estetico invece che uno interiore, e cosi demolendoci lentamente, noi stessi siamo soggetti e spettatori di un normale ma innaturale declino. Il fine é l’estetica. Quella del corpo. Quella dell’atteggiamento del corpo. Quella della dialettica. Quella delle forme della dilattica. Quella dell’animo o afflato interiore. I colori dell’Io.
Limbo parte 2
Il mio demone ha colore? Ha maschere o fattezze? O é solo massa di inconsistenti pensieri in potenza? Ma un fatto compiuto -e subito- c’é: É come un corteo disperato di maschere. Mi muovo costantemente lungo una debosciata via estetica, o che almeno propende, narciso, di spiecchiarsi sul lago, ma che, ingenuamente e tristemente, vede solo nero. Che la felicitá, soddisfazione, o ancora compatibilitá con se stessi dipenda da cio’ che si vede allo specchio, é decisamente sancire la morte dell’anima. Eppure, l’anima é nascosta, occultata da un odiata concretezza, che soffre ad uscire e mostrarsi se non c’é l’apprezzamento delle personali fattezze. Tuttavia tale apprezzamento sorge e muore continuamente, spesso scompare costringendomi a credere che mai ci sia stato, e sballottola capovolge stramazza le mie aspettative al suolo. Come si puo’ vivere in nome dell’anima e non del corpo? Secondo l’astratto e non il concreto? Cosa ci rende cosí superficiali da focalizzarci ancor di piu sulla superficie piuttosto che su l’essenza? In fondo forse noi stessi,prima di conoscere il corpo, cerchiamo quantomeno di scoprire noi stessi, o di accettare l’identitá tra noi e la nostra coscienza. Prima di conoscere l’estetica, l’uomo ha fondato la telogia. E allora perche poi si rivolge alla materia?

Luna

2014-15
Il racconto non pretende di partire dall’idea che tutti capiranno, tantomeno di raccontare cosa c’era nella testa del personaggio, ma di provare a spiegare cos’è che lui guardava, in un confronto autobiografico tra lui e la realtà.
Vedo cielo, spazi vuoti e riflessi di colore che ti insegnano esservi grazie a una cosa chiamata luce. Cercavo sempre la mia luna, che come regina si prendeva talvolta il privilegio di apparire durante il giorno, quasi si ribellasse alla convenzione attribuitagli, d’esser la protagonista della notte, il simbolo degli amanti, il sigillo delle tenebre. Non cercavo mai lo sguardo della luna, che a fissarla sembrava quasi di sfiorarla con le dita, in un’intimità senza confini che essa stessa aveva abbattuto. Scrutarla voleva dire arrivare a quel dannato istante in cui si prende consapevolezza d’ogni cosa, troppa, tale che rendeva tutto futile, inutile, da buttare come fazzoletti. E fissarla non potevo più, perché tentare di guardare oltre, fino a far sanguinare gli occhi, era vano sforzo, inutile per la mia misera condizione umana. Ho preferito spesso distogliere lo sguardo, per evitare di sentirmi microbo, per non cadere l’ennesima volta in quel buco di coscienza troppo buio, dove ho imparato che non c’è quella cosa chiamata luce.
Mi è capitato di convincermi che eravamo la storia di qualcun altro, che come dio, raccontasse contemporaneamente di ognuno di noi; che, in una dimensione fuori dal tempo, fosse capace di parlare di me, di te, di ognuno, creandoci, variandoci, facendoci credere di prendere decisioni e responsabilità, facendoci innamorare, disperare, inventare, e lasciandoci il privilegio di credere di esser liberi, di essere unici e capaci, quando invece non siamo altro che singole lettere di una storia intessuta nel cielo che per sempre da qualcuno sarebbe stata scritta. Mi piaceva attribuire la mia vita alla penna di qualcun altro, che non fossi io, così da giustificare anche quei miseri momenti di coscienza. Mi sollevava l’idea di essere come animali in gabbia, che sbattono sempre sulla stessa parete di vetro, senza avvertire lo sfondo circostante. Mi coccolavo cocciutamente su questo pensiero, per dare ragione al mio male, alla mia vista talvolta troppo vivida, per appannare quelle dubbiose certezze che mi tenevano costantemente per mano.
Tuttavia preferivo ,alla fine, sempre tenere per mano la superficialità, ovvero l’aver letto troppo poco a fondo me stesso così da arrivare senza sforzo in superficie, leggendo chiari i segni della natura e quelli di me stesso. Amavo e detestavo questa profonda superficialità. Guizzavo tra l’abisso e il sensibile, tra le lettere e le parole, tra la pelle della realtà e le ossa della coscienza. Eppure non mi capacitavo che potessero esistere queste due sole dimensioni, di chi può capire cosa, e chi no; di chi può percepire l’oggetto della realtà, e chi no. Forse questa classificazione, e considerare me stesso tra i primi, sarebbe stato da superbi, ipocriti, frivoli. Era sbagliata l’impostazione, basata su stereotipi, distinzioni e su questa ambigua tendenza a riordinare il disordine, isolare e annullare ciò che per sua natura si mescola e confonde. Forse è questo che alternava la mia diversità, la rendeva evidente e fuori luogo, perché l’uomo si è negato il diritto naturale alla promiscuità, all’insieme, dove tutte le anime possono confondersi e sentire meno gravoso il peso dell’unicità.
2
Annichilito. Questo dolore mi calza a pennello. Nego tutto, nego il sole, la luna, perchè di risposte non ce ne sono. E non ce ne sono perchè non ci sono domande. Non ci sono domande perche il presupposto è fittizio; noi esseri umani, la nostra squallida e insulsa vita da materia organica è una ridicola maschera. Il mio stesso annichilimento, ignavia o inettitudine è un inutile travestimento. Queste mani con cui cerco ogni cosa, sono la veste di una semplice pagliacciata: lo stupido essere umano. Sono il caso più esemplare e sopraffino : mi pongo domande e scavo fino all’osso tanto che tutto mi si presenta futile, il mio stesso pensiero di scarso valore. Materiale grezzo siamo, e questo resteremo. Parole su parole hanno composto per secoli, per milleni, giustificando una infondata e primitiva insensatezza nella quale l’uomo non puo’ permettersi di cadere. Se guardando la luna, se affacciandoci su noi stessi, dovessimo anche per un solo istante comprendere la nostra completa inutilità, infondata cocciutaggine, moriremmo di paura. Moriremmo di incomprensione. Moriremmo di vivere. Già questo è morire, baciare è un passo sempre più in la’ verso una lenta consapevolezza di quanto i nostri piedi siano ossa e carne, e stiamo poggiati su inorganica terra, e nient’altro. Parlare di universo, di stelle, di dio è una stupida presunzione verso il vuoto. Verso un concetto inesprimibile che noi ci permettiamo di limitare con delle parole; parole che sono definizioni, che sono limite, che ci illudono di comprendere quello che in realtà è inesorabilmente incomprensibile. Ci illudono di avvertire la verità, la non verità, le verità, che non hanno affatto respiro.
3
Penso a quel rotondo disegno nel cielo, quel lampione con energia inesauribile, e non posso che considerarla ladra, ladra di luce e di reputazione. Prende porzione di luce dal sole, senza il quale nessun uomo saprebbe della sua presenza, senza la quale sarebbe come spenta. È come indumento, estremo bagliore la veste e la rende così bella. Veste i panni di una raffinata eleganza, l’apparenza inganna. Come l’uomo, anche la luna dipende da qualcosa a lei più grande, più vitale, e sembra che di luce ne voglia sempre più; è una continua lotta, dove essa si fortifica, e il sole crolla in un lento e fatale declino. La luna sormonterà i cieli, farà sua anche la più piccola porzione dell’anima di questa stella, destinata quindi a esser dannata. Noi nella nostra condizione siamo tali e quali alla luna, dipendiamo da qualcosa di più immenso. La luna conosce la sua linfa, e su di essa si ramifica, si aggroviglia con le sue cerulee mani; noi uomini cerchiamo continuamente di aggrapparci a qualcosa, e quando pensiamo di aver trovato il principio, la ragione, ci allontiniamo invece sempre più dal nostro sole. E quì, in quella monotona distinzione già definita, la più insensata scontata ma allo stesso tempo occulta convenzione vuole che siamo noi il sole di noi stessi. Per cui senza ombra di dubbio si arriva a dire che noi, uomini con in ogni istante un sasso nella scarpa, siamo insieme luna e sole, ladri e derubati, riflesso e principio di luce eterna. Il paradosso è poi che siamo in grado di guardare la luna, senza che niente ci faccia male se non lo spirito, mentre fissare il sole è irreale, impossibile, inconcepibile. E come puo’ essere cosi irreale impossibile e inconcepibile guardare questa stella, che è il nostro principio, ragione, il nostro libro aperto? È intoccabile la nostra essenza, troppo colorata che fa male, tagliente con i suoi raggi, devastante se si tenta di osservarla. È un chiaro segno della natura di stare lontani da noi stessi, perche si rischia di soffrire, di crollare in un abisso e accercarsi.”

stracci

Vivo avvilita circondata da stracci. Smunti consunti non procedono avanti, ma restano fermi. Restano indietro. Statici stracci la cui anima grezza mi consuma. Mi affievolisce. Per mio breve e illusorio diletto preferisco aleggiare, sospendere il mio folto giudizio, e permettere a me, proprio me, giusto un sottile passo, per non sentirmi troppo avanti in compagnia degli stracci. Ma quando senza giudizio mi limito il passo, decellero il mio spirito, credendo cosi di rimanere in piedi e non inciampare, il terreno mi si fa fossa, travalica le mie gambe tese. E minacciando lacrime amare, il mio grido diviene silenzioso, e pur di non affogare sotto terra, mi lego e indosso gli stracci, fino a soffocare.

a scapito

Comincio a somatizzare il male con cali di pressione, sbalzi di malumore. Aumenta la suggestione e scorre sangue bianco nelle vene. Tutto questo non mi piace. La gente che vedo, che mi affianca, mi sfianca, annulla ogni mio pensiero semplice. Immondo e disumano é il mio mondo, piu rotondo di un precipizio, fitto di inabissati spigoli. Non mi raggiunge e non si sfoga alcun pensiero, che con silenziosi brividi mi pizzica, ma senza nemmeno l’audacia di divenir prurito. La mia gente é prurito, inutile puntura che non si rimargina. E il mio cuore pizzica, prude e rimargina, a scapito di fittissime lacrime.

solo amore

É un amore che a volte fa tanto male. E nasce dalla mia incompatibilitá con la spensieratezza. Più la cerco, piú non c’é. Amo perché credo che sia come una filo,lo tiri e ancora non si spezza. Amo perché sacrificherei me per avere, vedere, rendere felice te. Amo perché nel buio che c’é, da tempo si é accesa una luce. Ma tremendo é il pensiero che prima o poi il filo si spezzi, e che un’altra persona sará impegnata a pensarti, a toccarti, ad esprimerti l’amore tutto suo; e a ricevere le tue carezze, quelle che credo ora siano tutte mie, ad aspettare i tuoi baci, quelli che ora ricevo solo io. Ti chiederá e tu darai, si concederá e tu le regalerai il suo amore,come ora stai facendo con me. Su di me. Per me. E amo perché se ti penso, piango, perché di tenerti la mano non mi stanco mai. Mi inebrio dei tuoi sguardi, quelli che ti rubo nei tuoi momenti di intimitá; Quegli attimi con te stesso, nei gesti quotidiani, dolcissimi. E sapere come mangi, come dormi, come sai cucinare o guidare una macchina, pensarti e poterti immaginare mentre vivi la normalitá, é la più potente intima idea al mondo. Nel mio mondo. E essere consapevole di averlo scoperto, di averti guardato, e che mai potró dimenticare la tua semplicitá, é un ricordo che mi terrá sempre caldo. E che qualcun altra persona conoscerá la tua nuova quotidianitá, questo pensiero é come profanare e svincolare il nostro legame. Doloroso pensiero. Sapere che affronterá e tangibilmente toccherá la tua vita, mi lascia con il nodo alla gola. Amore sai, c’é ed é anche mancanza, perchè se non ti ho, ti penso, e se ti ho, voglio vedere piú a fondo. Amoremio che é cosi un limite dirlo, perchè ti direi altre milioni di cose. E quindi amore non é solo mancanza, é consapevolezza del limite, dei nostri corpi, del nostro tempo, del nostro spazio. É esigenza di contrasti, tra parole e silenzio, personale distacco e abbracci infiniti. É un amore che a volte fa tanto male, perché ho gli spilli nel cuore, un’ingordigia d’amore, un forte sapore.

semplice

Ti berrei come fossi acqua, ti toccherei come fossi la mia pelle, ti parlerei come mi parla la mia coscienza. Forse fai di più, srotolando dalla grigia confusioni i miei pensieri, concedendo loro argomento unico. Ti scriverei come fossi tu, l’inchiostro della penna, smetterei di sentirti, come non sento il mio respiro. Mi avvolgerei quindi con più coperte, sapendo di dover tenere caldo te, di doverci tenere caldo in due, e mi guarderei più allo specchio, sapendo di guardare in faccia te. Mi proteggerei di più, evitando in ogni modo di ammalarti, e mi amerei fino alle punta delle dita sapendo che anche lí, ci sei tu. Sei presenza, come vivo tepore.