è n’iliade

Si tramuti in rabbia questo grido che in cancrena progredisce dalla gola al petto; perchè cose fuori dal mio controllo avvengono, corrono nel lungo filo della mia vita, dannata vita, accerchiata da combattivi affanni.

Parono assalirmi sti soldati de fero, sembrano accecarmi de nube fredda quando s’appropinquano contro de me, me triturano e budella. Cosi è facile, so partita persa in partenza, sconfitta senza manco avecce combattuto su sto campo, essiccato, arido che brucia, de materiale grezzo. E sti cazzi me dicono quell’omini luminosi lassù, beati nella loro tracotanza, e anzi se la ridono perche n’omina come Chiara così avviluppata nei sui problemi non s’era mai vista. E manco poi imprecà o prendettela co loro, perchè poi glie rode, poi glie brucia, e a forgore der comandante comincia annà a intermittenza, e guai se se ariva a sta situazione; gravi so le implicazioni, sapessi!
e ce sta il rischio che Chiara, st’omuncola de facili contaminazioni e deboli confini, esondi come er bionno. E se esonda questo si ch’è n’danno, perchè è n’buco nero quello che l’assale. E poco ce manca che da n’piedi arivi pe tera, come se glie piasse na sincope, come se cominciasse a non vedè più sto mondo dar basso, ma dall’alto, con l’amici sui luminosi.

muore il sole d’estate

Un’improvvisa glaciazione. ti coglie, senza provviste senza preavviso, e congela tutto quello che trova, tutto quello che c’è. Tutto quello che c’era era quel sole che preannuncia l’estate, che con i suoi raggi e colori cominciava a scaldare la pelle, che silenziosamente avanzava rendendo tutto più arido, più secco. Quello che c’era era bello, era la tipica e tangibile aspettativa che tutto stava per cambiare, allo stesso modo ma in maniera diversa, un nuovo e altro sole stava per scaldare nuovamente ogni cosa. E la tempesta, quella maledetta turbine di dolore, nessuno se l’aspetta, e mangia divora inghiotte mano a mano tutti quegli attimi di meravigliosa e fiorita speranza che si erano accumulati. Quel freddo che indebolisce e ramifica come demone fino alle ossa; e tutto il lavoro del sole sprecato, morto, sepolto insieme alla cenere di quella calda speranza che naturalmente era germogliata. Nessun intelletto, nessuna ragione o razionale domanda, possono dare spiegazione a questa violenta calamità. E pervade il dolore ogni cosa, si espande come vento infernale, fiorisce, ghiaccia le lacrime e gela lo stomaco. Ancora di più annebbia l’istinto, ammutolisce qualsiasi percezione; e senza più intelletto, senza più istinto, all’uomo non rimane niente, se non il silenzio. Ma questo appare a tutti arma tagliente, inadeguato e indisponente; serve una dannata spiegazione, una maledetta e impersonale soluzione, come responso divino, è umanamente necessaria; ma è al contrario umanamente giustificato e naturale, quel morto silenzio, di cui tutti si vestono perchè non trovano altra reazione possibile; umana possibile. Si interrompe allora la vita, i minuti diventano imperdonabili ore di morte celebrale, e la costernazione invade anche il cemento. Altri rispondono con misere lacrime, futili agli occhi del dannato, del condannato al dolore, del morto che cammina. Non vi sono risposte a quell’immenso strazio di una notizia impossibile, di un concetto impensabile, di quella ipotesi tanto lontana da essere intangibile. Quell’indesiderata notizia, che azzera un resto già inutile, rendendolo ancora più futile. L’assassinio del resto ci fu in un gramo istante e questo per far posto ad un immenso colossale gigantesco enorme dolore. Una notizia con la quale il mondo continua a girare, a non scompigliarsi i capelli, a sentirsi più forte, più grande, più vicino alla vittoria. Ma una parte di questo mondo, una miserrima e minuscola frazione, muore e muore per sempre, invasa da dolore perenne, tanto da rimanere impalpabile. nel mondo qualcuno rimane in silenzio, rapito da folle male, rimane morente, galleggiando tra parole con nessuna sorgente e alcuna foce.

io ero

Impigliata su parete di marmo, cerulea, esile, malaticcia. Risucchia ogni disordine, e disegna una gravosa quiete, come l’afoso d’estate. Si appiccica in gramo tempo ad un corpo di ossa, che scioglie, che molli diventano, e soffocano preda del nulla. Cerco spigoli, fori, sporgenze da questa barriera, che pare indifferente guancia di dio. Vivo incatenata da un tempo inesatto, logarata da fitti respiri di pietra. Mi mangio le mani. Sanguina il cuore stremato. Un’ombra arroventa il mio spirito, si ramifica con nodose radici alla gola, principio di voce, fonte di grida silenziose. Cresco adagiata su tombe socchiuse, di umile cera gelata. Di pece è il mio sguardo, e bramosamente desidera il suo buco. Dolore in carne ed ossa, soffice sofferenza soffoca soffusa nell’organo, che tra le ossa stramazza e implora perdono; ama quest’organo questo schifoso dolore, che colma lacune di melma. Cenere pulviscolo polvere si annida tra costole deteriorate da tempo inconcluso . Sono cieca del mondo, presa da strazio incalcolabile, fittizio, estenuante. Piace al mio cuore, che batte, che pulsa, spinto da amara solitudine, che sputa, che grida, eccitato da gelida calura. L’organo vibra, intontisce, concentra le energie su di lui, che ronza come cicala in delirio. Sono fiore che germoglia su marmo.

collisione

Constantine Manos
Ho sempre pensato che star bene volesse dire amarsi, apprezzarsi, curarsi, dedicare tempo e coscienza a se stessi, a tal punto da convincermi di funzionare come una macchina; razionalmente avrei potuto farmi star bene, razionalmente mettevo in ordine anima e cervello pensando solo e solamente a me stessa. Sono sempre stata convinta che di attimi per soffrire, percepire dolore, ce ne sono infiniti, mentre per essere felici, ne esistono pochi istanti, di cui neanche si prende coscienza, a cui neanche si da’ importanza. È questo che mi porta a ricercare il male, a trovare nella sofferenza il nido su cui cullarmi; ti coccola, ti abbraccia e ti solleva a ricercare se stessi, e questo apparentemente mi dava sollievo. Cercavo piacere nel male, godimento nell’avvolgermi di dolore, nell’edificarmi pareti e rimanere chiusa, sostenuta nel mio buco. Scoprendo l’indifferenza, scoprendo l’amore, sto vivendo per la prima volta senza capire come sto; dimenticandomi di pensare. C’è una dolce calma piatta, in cui cambiamenti su cambiamenti mi distraggono da me stessa, e non so come me sta reagendo. È una sottile attesa, che mi calma e mi scuote simultaneamente, quando aspetto di vederti, quando ti penso senza accorgermene, quando ho tra le dita il tuo odore. Mi scavalchi, predomini nella mia testa a tal punto che mi dimentico di me . È la prima volta che per questo non mi tormento, non mi prendo a pugni, perchè non si tratta più di lasciarsi andare nel male, ma di lasciarsi andare con te. A piccoli passi, sempre più una parte di me mi abbandona, per fare posto al tuo pensiero, e momento dopo momento perdo sempre più piume. La corazza di cristallo, fragilissima, che mi accarezza e mi ha accarezzata, va in frantumi, e piccole parti di me come schegge cadono giù, si perdono piacevolmente. Perdere me per conquistare te. Un facile rinuncia per una colossale conquista. È il mio silenzioso declino, che non grida più, ma ride, ma canta, urla la sua gioia immensa. Non valevo per nessuno se non per me stessa, ora valiamo insieme. Questo insieme di cui non mi rendo conto, senza l’aspettativa di cosa accadrà il giorno dopo, ma con la speranza che qualcosa accadrà. Questo insieme che incoraggia a lasciare da parte Chiara, per legarla a qualcosa di più bello, di più potente, sovrannaturale. Sono pronta a spiccare questo volo, sono lì pronta per farlo, e quando una fiduciosa spontaneità sorpasserà tutta me stessa per prendersela, a quel punto volerò. Voleremo insieme.