io ero

Impigliata su parete di marmo, cerulea, esile, malaticcia. Risucchia ogni disordine, e disegna una gravosa quiete, come l’afoso d’estate. Si appiccica in gramo tempo ad un corpo di ossa, che scioglie, che molli diventano, e soffocano preda del nulla. Cerco spigoli, fori, sporgenze da questa barriera, che pare indifferente guancia di dio. Vivo incatenata da un tempo inesatto, logarata da fitti respiri di pietra. Mi mangio le mani. Sanguina il cuore stremato. Un’ombra arroventa il mio spirito, si ramifica con nodose radici alla gola, principio di voce, fonte di grida silenziose. Cresco adagiata su tombe socchiuse, di umile cera gelata. Di pece è il mio sguardo, e bramosamente desidera il suo buco. Dolore in carne ed ossa, soffice sofferenza soffoca soffusa nell’organo, che tra le ossa stramazza e implora perdono; ama quest’organo questo schifoso dolore, che colma lacune di melma. Cenere pulviscolo polvere si annida tra costole deteriorate da tempo inconcluso . Sono cieca del mondo, presa da strazio incalcolabile, fittizio, estenuante. Piace al mio cuore, che batte, che pulsa, spinto da amara solitudine, che sputa, che grida, eccitato da gelida calura. L’organo vibra, intontisce, concentra le energie su di lui, che ronza come cicala in delirio. Sono fiore che germoglia su marmo.

collisione

Constantine Manos
Ho sempre pensato che star bene volesse dire amarsi, apprezzarsi, curarsi, dedicare tempo e coscienza a se stessi, a tal punto da convincermi di funzionare come una macchina; razionalmente avrei potuto farmi star bene, razionalmente mettevo in ordine anima e cervello pensando solo e solamente a me stessa. Sono sempre stata convinta che di attimi per soffrire, percepire dolore, ce ne sono infiniti, mentre per essere felici, ne esistono pochi istanti, di cui neanche si prende coscienza, a cui neanche si da’ importanza. È questo che mi porta a ricercare il male, a trovare nella sofferenza il nido su cui cullarmi; ti coccola, ti abbraccia e ti solleva a ricercare se stessi, e questo apparentemente mi dava sollievo. Cercavo piacere nel male, godimento nell’avvolgermi di dolore, nell’edificarmi pareti e rimanere chiusa, sostenuta nel mio buco. Scoprendo l’indifferenza, scoprendo l’amore, sto vivendo per la prima volta senza capire come sto; dimenticandomi di pensare. C’è una dolce calma piatta, in cui cambiamenti su cambiamenti mi distraggono da me stessa, e non so come me sta reagendo. È una sottile attesa, che mi calma e mi scuote simultaneamente, quando aspetto di vederti, quando ti penso senza accorgermene, quando ho tra le dita il tuo odore. Mi scavalchi, predomini nella mia testa a tal punto che mi dimentico di me . È la prima volta che per questo non mi tormento, non mi prendo a pugni, perchè non si tratta più di lasciarsi andare nel male, ma di lasciarsi andare con te. A piccoli passi, sempre più una parte di me mi abbandona, per fare posto al tuo pensiero, e momento dopo momento perdo sempre più piume. La corazza di cristallo, fragilissima, che mi accarezza e mi ha accarezzata, va in frantumi, e piccole parti di me come schegge cadono giù, si perdono piacevolmente. Perdere me per conquistare te. Un facile rinuncia per una colossale conquista. È il mio silenzioso declino, che non grida più, ma ride, ma canta, urla la sua gioia immensa. Non valevo per nessuno se non per me stessa, ora valiamo insieme. Questo insieme di cui non mi rendo conto, senza l’aspettativa di cosa accadrà il giorno dopo, ma con la speranza che qualcosa accadrà. Questo insieme che incoraggia a lasciare da parte Chiara, per legarla a qualcosa di più bello, di più potente, sovrannaturale. Sono pronta a spiccare questo volo, sono lì pronta per farlo, e quando una fiduciosa spontaneità sorpasserà tutta me stessa per prendersela, a quel punto volerò. Voleremo insieme.