io non ti chiedo

Io non ti chiedo di portarmi
una stella celeste,
solo ti chiedo di riempire
il mio spazio con la tua luce.
Io non ti chiedo di firmarmi
dieci fogli grigi per poter amare,
solo chiedo che tu ami
le colombe che amo osservare.
Dal passato non lo nego
ci arriverà un giorno il futuro
e del presente
cosa importa alla gente
se non fanno altro che parlare.
Io non ti chiedo.
Segui quest’attimo colmandolo di motivi per respirare, non concederti, non negarti
non parlare solo per parlare.
Io non ti chiedo di andarmi a prendere
una stella celeste
solo chiedo che il mio spazio
sia pieno della tua luce.

– Mario Benedetti

vicino

Ti pensavo e mi sembravi cosi piccolo. Ho sentito l’innegabile e irrefrenabile bisogno di chiuderti in una mano. Quei pensieri che ti annebbiano il volto, ti colorano di grigio e che accomunano tutti gli esseri umani, a te sembravano affliggerti con piu forza e voracità, sembravano soffocare quel tuo tempo tanto amato e che ti hanno portato via. Portano via te, veramente te, e odio vederti stritolato. Ti pensavo e mi sembravi così grande, con un cuore illegibile complesso quasi estraneo e ho sentito il privilegio di farne parte. Ho sentito la sicurezza che tu fai parti del mio, e la paura immensa di non potermene accorgere ogni momento. Se solo potessi sapere con certezza chi sei, chi sarai anche senza di me, basterebbe a me sola, e forse non vedrei più tanto grigio perchè saprei di esserti stata infinatamente vicino.

funambolo

Ero sospesa come funambolo su un filo di nuvole; indelicata consistenza amara scorreva sui miei piedi irrigiditi dall’equilibrio. Contratte le dita, appuntite deformate ferite da filo invisibile. Ero funambulo piangente, uccello contro la turbine. Note dimenticate su spartiti bruciati, divenuti cenere. Ero lettera morta. Chiudere gli occhi voleva dire evitare lo sguardo del mondo, che addosso sentivo, presenza intermittente; un inevitabile confronto con un ammasso di terra frantumata, marcia,di cui terribilmente facevo parte, ma su cui la pelle della mia anima si sentiva estranea. Pentita. Giacevo stanca fin dal principio, consapevole di un’immortale assenza di fine a ogni mia azione, se non me stessa. E consideravo quest’ultima superflua. Ero superflua. Senza amore, senza comprensione, senza ragione. Cosa mi permettesse di reggermi ancora in piedi, non ne ho idea. Ero pesce contro un marea insormontabile, pesante come pietra. Sembrava che su di me gravasse il respiro dell’uomo; tutto l’accumularsi delle più insensate sensazioni d’angoscia pesavano sulle mie spalle; ero l’Atlante poco degna di questo nome. E i cinque sensi, divenuti invisibili. Come la mia presenza.
Rigenerata da nuove esperienze, avendo cercato nella fuga il riscatto, ho ritrovato il dolore; sono ricaduta nel non-spazio cosmico, ancora più arida. Asciutta e incompleta. E questo assillante strazio di cui bramo costantemente la mano, mi ha reso più lucida, piu critica nei confronti di me stessa e del mondo. Ho aperto gli occhi e i colori erano piu vividi, caldi, estremamente luminosi. Rigeneranti. Ho colto il dolce e l’amaro della mia terra, della mia casa, la morte della democrazia e lo sfinimento di un’umanità a cui dio lascia solo briciole. Era necessaria una perfetta ipocrisia. Troppo tempo con le ali spezzate, e per questa libellula era necessario sudare sangue e ricucire le ferite ormai antiche; prima che infettassero e invadessero l’intelletto portandola a una infinita follia. Ho cominciato ad amare me stessa, quella Chiara con i suoi pensieri, parole, gesti, atteggiamenti; ho comiciato ad amare il mio corpo, la fisicità, la pelle, le ossa, modellando cio’ che potevo modellare. Chiara sa di non essere come vuole, ma a lei piace sapere di potersi sempre piu avvicinare a quella soddisfazione che dura pochi attimi, pochi giorni, ma per cui vale la pena continuare. Modellandomi come cera calda, e permettondomi il privilegio di mettere da una parte, senza mai dimenticare, quel vuoto dolore che sempre mi sarà fratello.