io ero

Impigliata su parete di marmo, cerulea, esile, malaticcia. Risucchia ogni disordine, e disegna una gravosa quiete, come l’afoso d’estate. Si appiccica in gramo tempo ad un corpo di ossa, che scioglie, che molli diventano, e soffocano preda del nulla. Cerco spigoli, fori, sporgenze da questa barriera, che pare indifferente guancia di dio. Vivo incatenata da un tempo inesatto, logarata da fitti respiri di pietra. Mi mangio le mani. Sanguina il cuore stremato. Un’ombra arroventa il mio spirito, si ramifica con nodose radici alla gola, principio di voce, fonte di grida silenziose. Cresco adagiata su tombe socchiuse, di umile cera gelata. Di pece è il mio sguardo, e bramosamente desidera il suo buco. Dolore in carne ed ossa, soffice sofferenza soffoca soffusa nell’organo, che tra le ossa stramazza e implora perdono; ama quest’organo questo schifoso dolore, che colma lacune di melma. Cenere pulviscolo polvere si annida tra costole deteriorate da tempo inconcluso . Sono cieca del mondo, presa da strazio incalcolabile, fittizio, estenuante. Piace al mio cuore, che batte, che pulsa, spinto da amara solitudine, che sputa, che grida, eccitato da gelida calura. L’organo vibra, intontisce, concentra le energie su di lui, che ronza come cicala in delirio. Sono fiore che germoglia su marmo.

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