estratto

Delicato fu il ricordo, il perseverante tentativo di penetrare la rosa delle tue cosce bianche; fui dolce nello sfiorarti ogni pelo che germogliava dalla imbarazzata epidermide, e il tuo gemere finto, il tuo godere distratto era protagonista delle mie attenzioni. Non c’era spazio per il mio piacere, per quell’avanzare sfrenato e carnale proprio solo del sesso, c’erano invece solo occhi per il tuo agitarti sformata, ansimare leggiadra e contorcerti impacciata per il verginale dolore.
Ti ammiravo mentre chiudevi gli occhi attentamente rilassati dalla vergogna, dal pudore che prepotente prendeva la forma del tuo nome, Giulia, Giulia Giulia che prezioso boccone, che alcolico sorso che sei!
Tanto più il tuo corpo era disarmato, tanto più la tua mente si avvolgeva di pensieri distanti, e amavo la tua attenta concentrazione, la tua statura fissa e molle nel letto quasi come un uccello moribondo.
Non mi permisi di sfiorarti con violenza, di pungerti con le unghie o assaggiarti con morsi feroci, non mi permisi di fare più di quello che l’amplesso esigeva. La tua fugace autonomia, di cui gli occhi e la bocca contratta erano lo specchio, era un divino spettacolo.

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