testamento

Non è un racconto. Non è un pensiero. Non un flusso di coscienza nè uno sfogo di uno sterile sabato sera.
Vorrei fosse la biografia della mia malattia, vorrei fosse solo il suo epitaffio inciso su una tomba vecchia cent’anni, vorrei che fosse come una lettera d’addio prima del finale più nero, prima del fatale suicidio.
Ma non mi abbandona, non mi scansa la mano, anzi la avvinghia per tenerla più stretta nella morsa graffiante.
Sono le sue memorie, di cui io sono la protagonista, l’inevitabile vittima e carnefice.
È il testamento in cui tutto mi lascia, eccetto una parte di me, quella se l’è presa e me l’ha portata via.

Come questo vortice che tutto fagocita ha avuto inizio è difficile capirlo. Sono i tratti di un primo capitolo i cui confini sono labili e i contorni sfocati. Quel poco che so e che rammento tento di scriverlo, a fatica, perchè la malattia si mangia pure quello.
L’inizio è sempre lo stesso; delineo i tratti di uno strano serpente, che lentamente ha avvinghiato i miei ricordi più teneri, i dolori più sentiti e le carezze più colmate.
La fine è sempre la stessa; un punto che non è andato a capo, una frase che ancora prosegue irregolare sulla sua riga, una lettera che ancora domina il suo naturale tratto.
Descrivere è vano, narrare l’inenarrabile storia di un silente abbandono è difficile come afferrare una piuma durante la sua caduta. Tento, ritento e lo sforzo di mettere uno dopo l’altro e ricongiungere i pensieri è come l’indomabile pianto; peccato, che almeno quello riflette una reazione, mentre io, Chiara, vivo un discontinuo assopimento che ormai dura da anni.
Può sembrare facile individuare i dettagli, i particolari più imbrattati e malsani di un atteggiamento il cui tragitto è quello che da una stanza finisce sempre al gabinetto. Può sembrare altrettanto facile sfogare i sentimenti che provocano tale turbamento o le emozioni che tento di reprimere, se non che l’essenza più profonda ma evidente è che invece non si sente proprio niente, la nebbia cade fin dentro le acque, e nella testa, solo un leggero tintinnìo di gocce.
Chiudo gli occhi. Sento il mio stomaco sprofondare nelle terribili attese di un domani in cui il corpo non sembrerà che una carcassa, e in cui non ci sarà altro posto che quello delle ferventi convinzioni che da lì in avanti le intenzioni saranno diverse. Stringo le spalle, per fingermi più piccola anche al mio dolore, che lieto ma nero mi cinge, mi coccola, mi stringe tra morbide piume e gracili artigli.
Ogni istante di queste ore è una ferita inflitta sulla carne, uno sgarro segnato sulla schiena, che se potesse raccontare, parlerebbe di sanguinanti silenzi e graffi di pentimento.
Quante volte, inquinate da frasi come “basta, devo cambiare atteggiamento” e da altri gesti che hanno smentito tale fioretto con la sola forza della facilità e dell’incoscienza.
Credere e supporre che finirà, presumere che si crescerà abbandonando questo demone, è farneticare: la frenesia che un abbandono tale ti regala è troppo, è tale che l’assuefazione è solo l’antefatto.
È un rituale, fatti di schemi e progetti e che culmina nei dolori intestini. È un sogno notturno coronato di immagini e immense illusioni. È un distacco terreno, un ascensore per salire di piano, uno spontaneo ingranaggio per sentire il proprio corpo quando il mondo sembra stare in silenzio.
Il voltafaccia della terra è troppo, è tale l’incomprensione degli umani che il solo delirio possibile rimane quello di sentire uno stomaco sotto le presse di depressi pensieri, sospinto e contratto, che pulsa, che freme, che fischia, che sopporta e languisce, a terra, come un cane, che invano cerca di farsi sentire.
Non è la valvola di sfogo, è il braciere che persiste anche durante la tempesta, che rimane vivo a colmare dubbi e pentimenti, che vibrante sfinisce con il suo inesauribile calore.
Le sue illusioni sono come fari lontani dell’oceano; rimane attaccata perché quelle ti lascia, ti concede le briciole mentre si prende tutta te stessa. Le tue relazioni, le tue ansie e faccende più liete.
Tutto. Qualsiasi cosa. Ogni dove, pretende regina la sua fetta di torta e come spiando dal buco della serratura fa sua ogni cosa: nessun amore senza di lei, nessun dolore senza il timore che si presenti sfiorandoti la spalla, nessuna noia, sonnolenza o ricordo senza che lei pretenda imperiosa.
È un varco quello ti lascia, una cicatrice lasciata e fatta male, una assassina che ha mal ripulito il suo lavoro: lascia tracce, premedita la volta successiva e ti indaga e tormenta attraverso l’ossessione.
La pelle si dilata, le membra sembrano non avere più posto, l’arsura è terribile. Solo la testa rimane vuota, perché, come vuole lei, risucchia ogni tuoi pensiero debole, qualsiasi aspettativa o vana preghiera.
E il giorno dopo non sei più tu, se non a costo di fingere, sei dimezzata e fatta a pezzi.
Un’esperienza ciclica che per sua natura non cerca mai la fine. Anzi, è sempre solo per lei un lieto inizio e per te l’ennesimo conflitto. Il centesimo tormento. La valanga di parole che dalla bocca si trasferiscono nel cesso, che vigliacche vanno giù nelle fredde tubature, perché così immeritevoli sono, da poter far parte solo della fogna.
Quale delitto a me stessa, quale castigo mi sono inflitta da sola, e mi odio, mi odio, e la vergogna è palese dietro le poche ammissioni e le conseguenti inutili aspettative.
Chi mi ha chiesto perché, chi ha cercato di sentirmi premendomi la pancia, chi si è imposto con il rimprovero.
Sono come un vecchio tubo di scappamento, faccio fumo ma si dissolve in fretta.

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