dolore che avvizzisce

Per la tristezza non esiste un’espressione forte.
il pianto può esserlo, ma non è necessario piangere per percepire il dolore in un volto. Mentre per l’allegria, essa si percepisce solo con il sorriso. Attenzione, ho detto “dolore in un volto”, non sul volto, perché, nel primo caso, lo sguardo si percepisce quando è concentrato nelle proprie angosce, come se il dolore cementificasse sulla carne, o indurisse come resina. Nel secondo caso si tratta di un’emozione, il dolore ,di un singolo istante, come il prurito di una ferita che rimargina. l’allegria è come il secondo caso, è un attimo, e come tale si sgretola in un mucchio di cenere all’istante, come nasce, scompare, affievolendosi mano a mano negli occhi, nello sguardo che da luminoso, si ingrigisce; ma non muore mai. E ogni uomo sa leggere l’angoscia, ogni uomo sa distinguere un normale silenzio, da uno affollato di pensieri. Quasi che al posto di quel silenzio ci fosse un urlo gigantesco, ci fossero grida di feriti e brandelli della propria anima che si ribellano. E ogni uomo sa distinguere, sa percepire questa differenza; che cosa significa? Significa che c’è una rete telepatica comune, che esiste davvero un linguaggio comune a tutti, quello delle emozioni, le più atroci e terribili. L’uomo, di un volto neutrale, non sa coglierne la felicità; ma l’uomo, di un volto neutrale, sa coglierne l’angoscia che lo annebbia ed esclude dalla realtà, a tal punto che quest’ultima diventa più che taciturna, morta. E vorrà pur dir qualcosa. vorrà dire che siamo un popolo destinato all’angoscia? come fa questo misero sentimento, la sofferenza, così intimo e oscuro, a essere anche il più evidente e il più ovvio? Cosa può voler dire che di tempo per essere infelici ce ne è un’infinità, mentre per essere felici solo qualche istante? Davvero funziona tutto in modo così disequilibrato? E non c’è ragione che l’uomo, che io, mi interroghi su tutto questo, perché più usufruisco del mio tempo per scrivere ogni singola parola di questo discorso, immersa nell’angoscia di non trovare una risposta, più mi impedisco di vivere attimi di felicità.
15/6/14

Non credo più a queste mie parole, era un periodo in cui ogni mio pensiero felice, leggere, sfumava e avvizziva. Considero comunque l’umanità, l’unica caso tangibile e concreto di angoscia, dolore, disperazione e afflizione. Ci pieghiamo quasi su noi stessi, e non per malefici altrui o punizioni divine, ma perché è nella nostra indole. E per quanto possiamo tentare di occultarla, essa è intoccabile e irremovibile.

2 pensieri su “dolore che avvizzisce”

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