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apologia di un uomo solo

Ho sempre conferito la strana tendenza dell’uomo a ordinare ciò che per sua natura è disordinato, e che forse dovrebbe rimanere tale, sintomo di una continua ricerca del senso dell’esistenza e, più in generale, del senso di se stessi.
Ho sempre creduto che gli attimi di lucidità di pochi uomini astuti non fossero altro che estrema presa di coscienza, e quindi consapevolezza o meglio sensazione quasi tattile del paradosso che caratterizza questa esistenza tutta terrena.
Il desiderio dell’uomo di sollevare per un attimo i piedi dalle valli del proprio senno, fanno sì che quando capita, in maniera troppo improvvisa per divenire pienamente consapevole, fa sprofondare il soggetto stesso in una amara inquietudine e direi solitudine.
Le categorie essenziali, pertanto, della solitudine, fedele compagna di vita per ogni essere vivente che degnamente possa definirsi tale, sono pari a dogmi indistricabili: ammetto la possibilità che non vi sia una morale, ma credo anche, più in generale, nell’impossibilità pratica di vivere e intrattenersi con la vita senza di essa; pertanto, la solitudine si riduce a una morale troppo stretta che mal volentieri viene accolta dallo spirito tormentato. Inoltre, mal volentieri lo spirito sa accogliere la morale altrui, i costumi e persino la sua comprensione. All’origine di questa fredda condizione vi è , dunque,un forte senso di dignità verso se stessi, e mi vien da dire, persino di alterità ed egoismo.
Ma non ammettere l’altro significa anche avere sfiducia in se stessi, diffidenza nelle proprie capacità relazionali. Per cui, alla fine l’uomo più solo è l’uomo che più dentro di se incarna il paradosso, perchè colmo di ritegno verso se stesso e allergico persino al normale confronto senza alcun fine ma al contempo condannato da se stesso a credere nell’impossibilità di intrattenere tale confronto alla pari. Alla base c’è un forse senso di lotta tra oppressi ed oppressori, e la latente ansia di essere fra i secondi.
La solitudine, che tiene nera compagnia, morde e impedisce lo svezzamento alle aperture sociali, ai confronti diretti, alle facili compagnie. Tende ad anestetizzare il disorientamento, facile esito di una rimozione forzata del confronto e dunque dell’altro, vitale per noi esseri umani da sempre giudicati animali sociali. Perciò, se paradossalmente ci distacchiamo dal branco, noi che in questo siamo come i lupi o le formiche, nelle fattezze di un altro animale forziamo inevitabilmente e annulliamo l’istinto, perchè inseriti in una condizione naturale che di fatto non ci appartiene.
Ma, a differenza degli animali, i quali, essendo esclusivamente mossi dall’istinto e dall’interesse, non sono dotati di pregiudizi ne formulano pareri, noi esseri umani abbiamo consapevolezza dello spazio e del tempo, delle persone circostanti e anche delle possibili distorsioni della realtà. Per spiegare, intendo che essendo animali legati e relegati all’abitudine, alla routine come pane quotidiano, in senso fortemente consolatorio e “calmante” tra le pareti di una realtà sempre più caotica, la stonatura turba e incattivisce: in un qualsiasi ambiente, l’individuo che si trova più o meno a suo agio, o per meglio dire mantiene il proprio ruolo di normale uomo senza trascendervi o tradirne le fattezze, nel notare un altro individuo non allo stesso modo a suo agio con il mondo esterno, ciò procurerà al primo individuo turbamento e irritazione. All’interno del suo “Spazio vitale” l’uomo solo apparirà come una sfocatura, un terribile delitto alla sua temporanea condizione.
S’innesca dunque il pregiudizio come atto di difesa oltre che di gratuita accusa, nel tentativo, nei fatti pratici vano, di elevarsi e sublimare il sasso nella scarpa incarnato dall’uomo solo.
Dopotutto i sensi sono tali perche vi è sempre un secondo termine di paragone, un confronto inevitabile per la specie. Non vedo se non ho un oggetto da guardare, non tocco se non ho qualcosa da toccare, non odo se non c’è alcun suono e così via… ; tuttavia, da molti degli impulsi dei sensi che sorge il pensiero, per lo meno quello più istintuale e reattivo. Ebbene, il pensiero non necessita direttamente e sempre di un confronto esterno, ma sussiste anche di per se, e nel confronto con il soggetto stesso. E in questa fase si tende a definirlo Coscienza, quella voce interiore che simula un confronto ,pero solo interiore, e che probabilmente costringe l’uomo ad avvertire il dolore innescato da una condizione di solitudine, che invece gli altri animali non possono concepire.
Prendere coscienza di se stessi, del proprio sesto senso interiore che sopravvive anche da se, perche noi stessi siamo verso di lui impulso, stimolo e anche reazione, fa sì e produce quel malessere tipico sintomo di chi soffre o gode di solitudine.
Se tentassimo di descrivere anatomicamente o plasticamente il processo della solitudine, potremmo provare ad immaginare un distaccamento della coscienza dal soggetto in cui è custodita, forzato da quest’ultimo che rifiuta ma dipende intanto dalla propria voce. È un rapporto ambivalente e schizofrenico, che incarna con precisione un tema celebre come quello del doppio. La solitudine si applica come dialogo con e senza se stessi. Vitale ma mortale processo di capovolgimento dei ruoli: la coscienza è demiurgo e carnefice di un soggetto assoggettato o cavallo le cui ali sono state spezzate.
Il solitario, pertanto, come detto, vive la condizione del paradosso e per tale ragione risulta agli altri avverso: l’uomo tende naturalmente a muoversi secondo percorsi più o meno logici, in cui a ogni azione equivalgono o vi sono delle reazioni inevitabili, e da tale principio è escluso il paradosso o qualunque concetto che praticamente si concretizza in qualcosa di illogico o difficilmente razionalizzabile; e l’uomo solo è “irrazionalizzabile” e illogico, giacchè vive in una ovvia condizione di dipendenza e rifiuto di se stesso, palesata nella realtà quotidiana con la celebre condizione dell’asociale o emarginato; la domanda sorge spontanea: perchè una condizione come quella dell’uomo solo, così paradossale da essere incomprensibile e dunque avversa, è però compresa da tutti quei stessi individui che verso di lui hanno però provato risentimento e rifiuto? Perchè ciò che consideriamo un comportamento illogico fuori da noi e quindi una possibile minaccia in fondo la comprendiamo o quanto meno la avvertiamo quasi sotto pelle come qualcosa di familiare? Praticamente, intendo che se in un luogo pubblico, vediamo il classico e celebre caso di emarginato, dopo il disappunto iniziale, ogni individuo sente nei suoi confronto una primordiale comprensione e compassione, talvolta persino con una vivida sensazione di familiarità a fratellanza; perchè questo? Genericamente, potrei argomentare che nonostante fin dalla fase embrionale noi esseri viventi siamo ed esistiamo in relazione ad un altro individuo, che ci nutre e protegge, alleva ed educa, risultando egli stesso il nostro bene di prima necessità, nel momento in cui cominciamo ad entrare in relazione con il nostro in primo luogo corpo, successivamente Io, poi coscienza ed ego, l’impatto appare più impetuoso: l’autoapprendimento è da una parte talmente oscuro e indecifrabile, ma dall’altra talmente necessario e quanto mai insufficiente, che prenderne coscienza e attuarlo risulta una delle sfide più dolorose dell’umanità; tuttavia, l’appagamento che genera il conoscersi a piccole dosi è tante volte maggiore rispetto alla relazione con un altro qualsiasi individuo. O meglio, è lecito affermare che sana e vitale è la relazione che sorge in seguito ad un processo di autoconoscenza da entrambe le parti e che pertanto ha più possibilità di fiorire e continuamente rigenerarsi, tuttavia mai verranno superate le barriere dei corpi, i confini mentali o le pareti dei sensi, e dunque perseguire un’ esistenza basata su relazioni e necessità esteriori, inevitabilmente porterà a sconforto e incomprensione; è qui che probabilmente nasce l’unico compromesso a cui l’uomo deve sottostare: accettare il limite che l’umano punto di vista implica e costringe, e amare,curare,difendere,parlare,confrontarsi con l’altro conoscendo tale impedimento. Quando è presente squilibrio tra la propria personale impostazione e quella altrui, al punto che i pezzi del puzzle non hanno mai possibilità di combaciare e comporsi, allora traspare un caso di istantanea solitudine, che se perpetua o stabile anche con altri individui allora è innata. La solitudine pertanto, non è una condizione cronica, a meno che non derivi da instabilità emotive o ragioni specifiche, ma un modo d’essere, uno stato delle cose e dell’Io che circola nel sangue e che non può essere ignorata o gettata come sigaretta. Anzi, è la solitudine a spirarci e spegnerci come mozziconi, al punto che della nostra presenza resta solo morbida cenere o un inconsistente serpente di fumo.