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vestita di nero

Dammi cinque minuti, solo cinque, per appassire in pace. Per stordirmi le orecchie e non vedere più l’orrore che rifletto; aspetta solo un momento, che svuoti il serbatoio delle mie lacrime e ricominci a sopravvivere. Cresce un silenzio mentre cova la riflessione, l’idea che mai più bene potrò stare . Colori spenti, sapori acidi cercano con foga di divorarmi le giornate. Il tempo che vola via, e rimani aggrappato solo all’umore, che come cavaliere nero, conduce i tuoi giorni. E delirare o tacere ha lo stesso significato. Quasi meglio un dolore riconosciuto, visibile che un immobilismo taciturno e taciuto. Tutto è di pietra e muore il desiderio. Muore la gioia già rara.
Solo approssimative parole e una debole lingua. Chiedo aiuto a tutta la Chiara che è in me, che risalga da cattive acque, da immotivate tenebre.
Ho l’amore accanto e non lo vedo. Sembro bramarlo con forza, ma sentirlo bisbigliare lontano. La pelle è diventata fredda e inodore. Sento soltanto spine corrodermi la schiena e uscirne nere lacrime.

funambolo

Ero sospesa come funambolo su un filo di nuvole; indelicata consistenza amara scorreva sui miei piedi irrigiditi dall’equilibrio. Contratte le dita, appuntite deformate ferite da filo invisibile. Ero funambulo piangente, uccello contro la turbine. Note dimenticate su spartiti bruciati, divenuti cenere. Ero lettera morta. Chiudere gli occhi voleva dire evitare lo sguardo del mondo, che addosso sentivo, presenza intermittente; un inevitabile confronto con un ammasso di terra frantumata, marcia,di cui terribilmente facevo parte, ma su cui la pelle della mia anima si sentiva estranea. Pentita. Giacevo stanca fin dal principio, consapevole di un’immortale assenza di fine a ogni mia azione, se non me stessa. E consideravo quest’ultima superflua. Ero superflua. Senza amore, senza comprensione, senza ragione. Cosa mi permettesse di reggermi ancora in piedi, non ne ho idea. Ero pesce contro un marea insormontabile, pesante come pietra. Sembrava che su di me gravasse il respiro dell’uomo; tutto l’accumularsi delle più insensate sensazioni d’angoscia pesavano sulle mie spalle; ero l’Atlante poco degna di questo nome. E i cinque sensi, divenuti invisibili. Come la mia presenza.
Rigenerata da nuove esperienze, avendo cercato nella fuga il riscatto, ho ritrovato il dolore; sono ricaduta nel non-spazio cosmico, ancora più arida. Asciutta e incompleta. E questo assillante strazio di cui bramo costantemente la mano, mi ha reso più lucida, piu critica nei confronti di me stessa e del mondo. Ho aperto gli occhi e i colori erano piu vividi, caldi, estremamente luminosi. Rigeneranti. Ho colto il dolce e l’amaro della mia terra, della mia casa, la morte della democrazia e lo sfinimento di un’umanità a cui dio lascia solo briciole. Era necessaria una perfetta ipocrisia. Troppo tempo con le ali spezzate, e per questa libellula era necessario sudare sangue e ricucire le ferite ormai antiche; prima che infettassero e invadessero l’intelletto portandola a una infinita follia. Ho cominciato ad amare me stessa, quella Chiara con i suoi pensieri, parole, gesti, atteggiamenti; ho comiciato ad amare il mio corpo, la fisicità, la pelle, le ossa, modellando cio’ che potevo modellare. Chiara sa di non essere come vuole, ma a lei piace sapere di potersi sempre piu avvicinare a quella soddisfazione che dura pochi attimi, pochi giorni, ma per cui vale la pena continuare. Modellandomi come cera calda, e permettondomi il privilegio di mettere da una parte, senza mai dimenticare, quel vuoto dolore che sempre mi sarà fratello.