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funambolo

Ero sospesa come funambolo su un filo di nuvole; indelicata consistenza amara scorreva sui miei piedi irrigiditi dall’equilibrio. Contratte le dita, appuntite deformate ferite da filo invisibile. Ero funambulo piangente, uccello contro la turbine. Note dimenticate su spartiti bruciati, divenuti cenere. Ero lettera morta. Chiudere gli occhi voleva dire evitare lo sguardo del mondo, che addosso sentivo, presenza intermittente; un inevitabile confronto con un ammasso di terra frantumata, marcia,di cui terribilmente facevo parte, ma su cui la pelle della mia anima si sentiva estranea. Pentita. Giacevo stanca fin dal principio, consapevole di un’immortale assenza di fine a ogni mia azione, se non me stessa. E consideravo quest’ultima superflua. Ero superflua. Senza amore, senza comprensione, senza ragione. Cosa mi permettesse di reggermi ancora in piedi, non ne ho idea. Ero pesce contro un marea insormontabile, pesante come pietra. Sembrava che su di me gravasse il respiro dell’uomo; tutto l’accumularsi delle più insensate sensazioni d’angoscia pesavano sulle mie spalle; ero l’Atlante poco degna di questo nome. E i cinque sensi, divenuti invisibili. Come la mia presenza.
Rigenerata da nuove esperienze, avendo cercato nella fuga il riscatto, ho ritrovato il dolore; sono ricaduta nel non-spazio cosmico, ancora più arida. Asciutta e incompleta. E questo assillante strazio di cui bramo costantemente la mano, mi ha reso più lucida, piu critica nei confronti di me stessa e del mondo. Ho aperto gli occhi e i colori erano piu vividi, caldi, estremamente luminosi. Rigeneranti. Ho colto il dolce e l’amaro della mia terra, della mia casa, la morte della democrazia e lo sfinimento di un’umanità a cui dio lascia solo briciole. Era necessaria una perfetta ipocrisia. Troppo tempo con le ali spezzate, e per questa libellula era necessario sudare sangue e ricucire le ferite ormai antiche; prima che infettassero e invadessero l’intelletto portandola a una infinita follia. Ho cominciato ad amare me stessa, quella Chiara con i suoi pensieri, parole, gesti, atteggiamenti; ho comiciato ad amare il mio corpo, la fisicità, la pelle, le ossa, modellando cio’ che potevo modellare. Chiara sa di non essere come vuole, ma a lei piace sapere di potersi sempre piu avvicinare a quella soddisfazione che dura pochi attimi, pochi giorni, ma per cui vale la pena continuare. Modellandomi come cera calda, e permettondomi il privilegio di mettere da una parte, senza mai dimenticare, quel vuoto dolore che sempre mi sarà fratello.

io ero

Impigliata su parete di marmo, cerulea, esile, malaticcia. Risucchia ogni disordine, e disegna una gravosa quiete, come l’afoso d’estate. Si appiccica in gramo tempo ad un corpo di ossa, che scioglie, che molli diventano, e soffocano preda del nulla. Cerco spigoli, fori, sporgenze da questa barriera, che pare indifferente guancia di dio. Vivo incatenata da un tempo inesatto, logarata da fitti respiri di pietra. Mi mangio le mani. Sanguina il cuore stremato. Un’ombra arroventa il mio spirito, si ramifica con nodose radici alla gola, principio di voce, fonte di grida silenziose. Cresco adagiata su tombe socchiuse, di umile cera gelata. Di pece è il mio sguardo, e bramosamente desidera il suo buco. Dolore in carne ed ossa, soffice sofferenza soffoca soffusa nell’organo, che tra le ossa stramazza e implora perdono; ama quest’organo questo schifoso dolore, che colma lacune di melma. Cenere pulviscolo polvere si annida tra costole deteriorate da tempo inconcluso . Sono cieca del mondo, presa da strazio incalcolabile, fittizio, estenuante. Piace al mio cuore, che batte, che pulsa, spinto da amara solitudine, che sputa, che grida, eccitato da gelida calura. L’organo vibra, intontisce, concentra le energie su di lui, che ronza come cicala in delirio. Sono fiore che germoglia su marmo.