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io ero

Impigliata su parete di marmo, cerulea, esile, malaticcia. Risucchia ogni disordine, e disegna una gravosa quiete, come l’afoso d’estate. Si appiccica in gramo tempo ad un corpo di ossa, che scioglie, che molli diventano, e soffocano preda del nulla. Cerco spigoli, fori, sporgenze da questa barriera, che pare indifferente guancia di dio. Vivo incatenata da un tempo inesatto, logarata da fitti respiri di pietra. Mi mangio le mani. Sanguina il cuore stremato. Un’ombra arroventa il mio spirito, si ramifica con nodose radici alla gola, principio di voce, fonte di grida silenziose. Cresco adagiata su tombe socchiuse, di umile cera gelata. Di pece è il mio sguardo, e bramosamente desidera il suo buco. Dolore in carne ed ossa, soffice sofferenza soffoca soffusa nell’organo, che tra le ossa stramazza e implora perdono; ama quest’organo questo schifoso dolore, che colma lacune di melma. Cenere pulviscolo polvere si annida tra costole deteriorate da tempo inconcluso . Sono cieca del mondo, presa da strazio incalcolabile, fittizio, estenuante. Piace al mio cuore, che batte, che pulsa, spinto da amara solitudine, che sputa, che grida, eccitato da gelida calura. L’organo vibra, intontisce, concentra le energie su di lui, che ronza come cicala in delirio. Sono fiore che germoglia su marmo.

reliquie

Esiste un istante, quando le note dopo aver preso respiro, sputano fuori un solenne principio, quello è l’istante in cui assoporo ricordi. L’udito, la voce, gli strumenti, creano movimento e distinguono i ricordi. Esiste questo istante, in cui lo stomaco si ritira, prosciuga, e gli occhi guardano oltre il normale. Guardano dentro. Si affacciano nella segreta caverna degli antichi momenti. Reliquie, momenti, ricordi, è questo il tessuto che ci forma, e un odore, una canzone, un’immagine ci ricatapulta in tutto questo; navighiamo in una fitta tela, intessuta di vita. Questo contatto dell’esterno, che come morza, strattona l’interno, genera sensazione fisica. Non voglio usare articoli, lo specifico ci limita, il generico ci affonda. Ma affondiamo in memorie dipinte, riflesse su emozioni che solo dopo sono comprese. Questo stimolo mi appanna la vista, la mente, e l’anima schizza fino a negarmi il fiato. Si, questo fanno le memorie inattese, tornano a galla dopo un profondo riposo, e spezzano il fiato.

Sei parassita

Vorrei non sentire piu quel profumo; quel profumo che rivendica i tempi passati, che non rinnega i vecchi ricordi, annebbiati da fumo di sigaretta, baci e tavoli da bar. Non mi sfugge quel profumo così distante da sembrare figura, e così vicino da sembrare tangibile. Quel profumo di trucchi, di candida cipria come la tua pelle, che sembra cullare i miei istanti. Vorrei che smettesse, che come ombra la mia luce lo espugnasse, ma invece, come parassita, mi incatena nella sua scia. Si, sei parassita, mi avvolgi come serpente, succhi la mia linfa attaccando alla radice: il mio cuore. I ricordi non si smuovono, e il parassita regala loro sostanza, senza sosta. Regala loro sostanza, avvinghiandosi sempre più all’aria del mio passato, agli occhi del mio presente, alle mani del mio futuro. Ferisce ogni parte di me; demolisce il mio amore ramificando le sue squallide mani. Parassita vai via, via dai miei occhi, dalle mie mani incancrenite e pietrificate, dalla mia bocca che altro non vuole, se non urlare di più.