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mela matura

Serve solo un momento, quando mi confronto con il mio pensiero per avvertire le lacrime che scalpitano, che si accumulano ingorde e pronte a raffreddarsi sulla pareti del mio viso.

Credevo e sapevo che sarebbe stato difficile, ma avrei preferito piangere e dimenarmi, piuttosto che sentire il brulicare di un dolore silenzioso, che viscido striscia e si rannicchia ai lati di ogni mio sorriso, nelle fessure di ogni mia distrazione.

Ho tanto ricordato il fervente desiderio di amare, di sentirmi amata, e la mia ingenuità e fanciulezza nel bramare una cosa tanto naturale. Tanto naturale che appena l’amore sfiora, appena comincia a prendere forma, sembra trascorso tanto tempo, e si vive l’amore da grandi, come fosse un vecchio sassolino. Insomma entra subito nelle nostre vesti e a suo agio si sente al punto da divenire subito frutto maturo, subito di quel dolce rosso imbarazzato.

Eravamo mela matura.

E ora l’avidità della mia carne, della mia pelle abituata alla tua temperatura d’ovatta, che come scrigno mi proteggeva, avverte solo la carta ruvida del freddo, la brezza salmastra di un cuore infranto.

È una titanica lotta, tra il mio corpo che saldamente appare reggersi in piedi, e il mio animo invece ripiegato dalla solitudine, dall’abbandono di una abitudine che calde teneva le membra,e che senza di lei, la direzione hanno perso. Obnubilamento del cuore, delle punta delle dita che non sanno dove più dove toccare, dove stringere altra carne amica.

Una metà del mio corpo dilaniato sta fermo, come se fosse sprofondato in un lento letargo nell’attesa di un fresco ritorno, di un nuovo sguardo dell’antico spasimante. Una metà del mio corpo, come l’uomo che non smette mai di bere latte, ora non potrà mai smettere di bramare il suo riflesso, di cercare, anche invano, la figura che più combacia.

Tutti i baci che scorderò di te.

E quel vortice di pensieri, pronto a scaricarsi su di te, su di te non potrà più, e andando in cerca di tele su cui dipingere e distrarsi, troverà solo pagine di giornale. E allora le pagine su cui scrivo saranno valvola di sfogo, come valvola o ingranaggio rotto ora è il mio organo vitale.

Vitali erano i tuoi respiri.

Per un attimo provai un amore tale che solo per me conoscevo, e credetti che se di meno avessi amato, che se più me stessa avessi considerato, avrei tradito. Ci sono stati istanti in cui non avevo altra ragione, alcuna, nessuna, se non noi, e la brama ardente di annullare il confine dei nostri corpi percepivo, al punto che provare gioia o dolore, era indistinguibile, al punto che, vivere o morire, era uguale.

Basta che eravamo in due.

E mai più la mia mente proverà il sapore caldo della tua quotidianità, l’odore delle tue piccole cose, mai più saprà il tuo stato d’animo o la condizione della tua pelle.

Dimenticheremo i nostri odori.

Un anno fa piangevo all’idea che questo momento sarebbe arrivato, e ora piango all’idea che un anno fa pensavo già a questo momento.

La spensieratezza, quella che solo i bambini possono provare, l’ho vissuta anche nel dolore, nelle frazioni di secondo in cui le nostre risa s’incrociavano. E ringrazio il mio cuore di saper amare.

Di aver saputo amare.

Le ali della nostra farfalla si sono spezzate, e con lei anche la polvere sottile del nostro amore è volata via, e anche se il mio sangue le mie ossa la mia carne, la mia pelle non sanno ancora crederci,

prima o poi anche il segreto ,che ora custodiamo, di come ci siamo amati, verrà dimenticato, e con lui anche il mio modo d’essere con te.

A mai più Chiara, una parte di te è serena di essere sepolta in mezzo alle vibrazione del mio agitato diaframma, è lieto di evaporare con le lacrime.

Ora, mi basta immaginare che forse ,ovunque, anche tu stia piangendo, e che quindi , forse, ancora per una volta, siamo stati in due.