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Luna

2014-15
Il racconto non pretende di partire dall’idea che tutti capiranno, tantomeno di raccontare cosa c’era nella testa del personaggio, ma di provare a spiegare cos’è che lui guardava, in un confronto autobiografico tra lui e la realtà.
Vedo cielo, spazi vuoti e riflessi di colore che ti insegnano esservi grazie a una cosa chiamata luce. Cercavo sempre la mia luna, che come regina si prendeva talvolta il privilegio di apparire durante il giorno, quasi si ribellasse alla convenzione attribuitagli, d’esser la protagonista della notte, il simbolo degli amanti, il sigillo delle tenebre. Non cercavo mai lo sguardo della luna, che a fissarla sembrava quasi di sfiorarla con le dita, in un’intimità senza confini che essa stessa aveva abbattuto. Scrutarla voleva dire arrivare a quel dannato istante in cui si prende consapevolezza d’ogni cosa, troppa, tale che rendeva tutto futile, inutile, da buttare come fazzoletti. E fissarla non potevo più, perché tentare di guardare oltre, fino a far sanguinare gli occhi, era vano sforzo, inutile per la mia misera condizione umana. Ho preferito spesso distogliere lo sguardo, per evitare di sentirmi microbo, per non cadere l’ennesima volta in quel buco di coscienza troppo buio, dove ho imparato che non c’è quella cosa chiamata luce.
Mi è capitato di convincermi che eravamo la storia di qualcun altro, che come dio, raccontasse contemporaneamente di ognuno di noi; che, in una dimensione fuori dal tempo, fosse capace di parlare di me, di te, di ognuno, creandoci, variandoci, facendoci credere di prendere decisioni e responsabilità, facendoci innamorare, disperare, inventare, e lasciandoci il privilegio di credere di esser liberi, di essere unici e capaci, quando invece non siamo altro che singole lettere di una storia intessuta nel cielo che per sempre da qualcuno sarebbe stata scritta. Mi piaceva attribuire la mia vita alla penna di qualcun altro, che non fossi io, così da giustificare anche quei miseri momenti di coscienza. Mi sollevava l’idea di essere come animali in gabbia, che sbattono sempre sulla stessa parete di vetro, senza avvertire lo sfondo circostante. Mi coccolavo cocciutamente su questo pensiero, per dare ragione al mio male, alla mia vista talvolta troppo vivida, per appannare quelle dubbiose certezze che mi tenevano costantemente per mano.
Tuttavia preferivo ,alla fine, sempre tenere per mano la superficialità, ovvero l’aver letto troppo poco a fondo me stesso così da arrivare senza sforzo in superficie, leggendo chiari i segni della natura e quelli di me stesso. Amavo e detestavo questa profonda superficialità. Guizzavo tra l’abisso e il sensibile, tra le lettere e le parole, tra la pelle della realtà e le ossa della coscienza. Eppure non mi capacitavo che potessero esistere queste due sole dimensioni, di chi può capire cosa, e chi no; di chi può percepire l’oggetto della realtà, e chi no. Forse questa classificazione, e considerare me stesso tra i primi, sarebbe stato da superbi, ipocriti, frivoli. Era sbagliata l’impostazione, basata su stereotipi, distinzioni e su questa ambigua tendenza a riordinare il disordine, isolare e annullare ciò che per sua natura si mescola e confonde. Forse è questo che alternava la mia diversità, la rendeva evidente e fuori luogo, perché l’uomo si è negato il diritto naturale alla promiscuità, all’insieme, dove tutte le anime possono confondersi e sentire meno gravoso il peso dell’unicità.
2
Annichilito. Questo dolore mi calza a pennello. Nego tutto, nego il sole, la luna, perchè di risposte non ce ne sono. E non ce ne sono perchè non ci sono domande. Non ci sono domande perche il presupposto è fittizio; noi esseri umani, la nostra squallida e insulsa vita da materia organica è una ridicola maschera. Il mio stesso annichilimento, ignavia o inettitudine è un inutile travestimento. Queste mani con cui cerco ogni cosa, sono la veste di una semplice pagliacciata: lo stupido essere umano. Sono il caso più esemplare e sopraffino : mi pongo domande e scavo fino all’osso tanto che tutto mi si presenta futile, il mio stesso pensiero di scarso valore. Materiale grezzo siamo, e questo resteremo. Parole su parole hanno composto per secoli, per milleni, giustificando una infondata e primitiva insensatezza nella quale l’uomo non puo’ permettersi di cadere. Se guardando la luna, se affacciandoci su noi stessi, dovessimo anche per un solo istante comprendere la nostra completa inutilità, infondata cocciutaggine, moriremmo di paura. Moriremmo di incomprensione. Moriremmo di vivere. Già questo è morire, baciare è un passo sempre più in la’ verso una lenta consapevolezza di quanto i nostri piedi siano ossa e carne, e stiamo poggiati su inorganica terra, e nient’altro. Parlare di universo, di stelle, di dio è una stupida presunzione verso il vuoto. Verso un concetto inesprimibile che noi ci permettiamo di limitare con delle parole; parole che sono definizioni, che sono limite, che ci illudono di comprendere quello che in realtà è inesorabilmente incomprensibile. Ci illudono di avvertire la verità, la non verità, le verità, che non hanno affatto respiro.
3
Penso a quel rotondo disegno nel cielo, quel lampione con energia inesauribile, e non posso che considerarla ladra, ladra di luce e di reputazione. Prende porzione di luce dal sole, senza il quale nessun uomo saprebbe della sua presenza, senza la quale sarebbe come spenta. È come indumento, estremo bagliore la veste e la rende così bella. Veste i panni di una raffinata eleganza, l’apparenza inganna. Come l’uomo, anche la luna dipende da qualcosa a lei più grande, più vitale, e sembra che di luce ne voglia sempre più; è una continua lotta, dove essa si fortifica, e il sole crolla in un lento e fatale declino. La luna sormonterà i cieli, farà sua anche la più piccola porzione dell’anima di questa stella, destinata quindi a esser dannata. Noi nella nostra condizione siamo tali e quali alla luna, dipendiamo da qualcosa di più immenso. La luna conosce la sua linfa, e su di essa si ramifica, si aggroviglia con le sue cerulee mani; noi uomini cerchiamo continuamente di aggrapparci a qualcosa, e quando pensiamo di aver trovato il principio, la ragione, ci allontiniamo invece sempre più dal nostro sole. E quì, in quella monotona distinzione già definita, la più insensata scontata ma allo stesso tempo occulta convenzione vuole che siamo noi il sole di noi stessi. Per cui senza ombra di dubbio si arriva a dire che noi, uomini con in ogni istante un sasso nella scarpa, siamo insieme luna e sole, ladri e derubati, riflesso e principio di luce eterna. Il paradosso è poi che siamo in grado di guardare la luna, senza che niente ci faccia male se non lo spirito, mentre fissare il sole è irreale, impossibile, inconcepibile. E come puo’ essere cosi irreale impossibile e inconcepibile guardare questa stella, che è il nostro principio, ragione, il nostro libro aperto? È intoccabile la nostra essenza, troppo colorata che fa male, tagliente con i suoi raggi, devastante se si tenta di osservarla. È un chiaro segno della natura di stare lontani da noi stessi, perche si rischia di soffrire, di crollare in un abisso e accercarsi.”